Le legge Marescalchi e lo sviluppo della birra in Italia

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La Legge Marescalchi durante lo sviluppo della birra in Italia

La domanda è sempre ricorrente, la risposta non è così scontata: la birra in Italia assumerà il ruolo di bevanda di grande consumo come in altri stati? Nel paese che ospita l’eccellenza mondiale del vino – e una lunga e radicata cultura sul frutto della vite – la birra è ancora ai limiti dei beni di largo consumo. Se infine anche la politica si opera per contrastare la crescita e la diffusione della birra, la risposta è quasi certa.

Legge Marescalchi

La legge Marescalchi viene emanata nel 1927 dall’allora sottosegretario al Ministero dell’Agricoltura, l’onorevole Arturo Marescalchi. L’obiettivo dei provvedimenti è favorire l’incremento nell’utilizzo di alcuni cereali, riso e mais, e quindi l’aumento produttivo dell’agricoltura.

Così vengono approvate alcune disposizioni per incentivare la produzione e l’impiego del mais e del riso; nello specifico, i due cereali vengono imposti in misura percentuale del 15% nella produzione della birra in Italia.

Le conseguenze della legge Marescalchi sono evidenti: le produzioni di mais e riso aumentano ma le ripercussioni sono altre. La forzatura di usare mais e riso in misura minima nel 15% del grist provoca un significativo peggioramento della qualità della birra.

Se osservati da occhi inesperti, la conseguenza negativa della legge Marescalchi può apparire come un danno collaterale. Se invece si interpretano i dati riguardanti i consumi della birra in Italia, precedentemente all’applicazione della legge, si possono formulare ipotesi diverse.

Il ruolo del sottosegretario Marescalchi nel tessuto sociale italiano – enotecnico, enologo e fondatore della Società degli Enotecnici Italiani – suggerisce altre motivazioni che portarono all’ideazione della legge Marescalchi.

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Arturo Marescalchi

Primo di diventare sottosegretario al Ministero dell’Agricoltura nell’epoca fascista, Arturo Marescalchi si diplomò come enotecnico e svolse la sua professione tra la Francia e l’Italia. Fu docente di Scienze Naturali a Conegliano, e nella città del Prosecco fondò la Società degli Enotecnici Italiani, progenitrice dell’attuale Associazione Enologi Enotecnici Italiani.

Durante la sua carriera politica si impegnò nella regolamentazione del settore vitivinicolo: nel 1921, insieme ad altri parlamentari, presentò alla Camera il primo progetto di provvedimento per la produzione dei “vini tipici” che venne approvato tre anni dopo. Dopo il perfezionamento della legge seguirono le nascite dei primi Consorzi di tutela: Moscato di Pantelleria, del Marsala, del Moscato d’Asti e dell’Asti Spumante. Per altri vini quali Orvieto, Soave, Alto Adige, Castelli Romani, Sansevero e Barbaresco vennero riconosciute le zone di produzione.

Marescalchi fu senza dubbio un personaggio molto importante per la tutela del patrimonio vitivinicolo nostrano, ma la Legge in suo nome creò non pochi problemi all’allora crescente settore birrario italiano.

La birra in Italia

Prima di approfondire i dettagli delle legge Marescalchi è opportuno capire il contesto storico dell’epoca e l’evoluzione del settore birrario. In Italia la storia della birra non ha radici importanti. Mentre nel Medioevo in gran parte dell’Europa fioriva la produzione birraria, nel nostro paese resistevano alcune piccole produzioni artigianali locali, relegate a fattori temporali.

A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo la birra in Italia era una bevanda legata alle popolazioni straniere che invadevano i confini italici, ed era quindi identificata come usanza dell’invasore nordico. Inoltre la radicata cultura del vino e il costo accessibile del frutto della vite non hanno mai permesso la radicazione di una cultura birraria nostrana.

Ma un popolo nel quale esiste una cultura del bere rappresenta un potenziale mercato tutto da scoprire e da raggiungere per gli imprenditori stranieri. Sorgono così le prime piccole industrie della birra, verso la prima metà del ‘800, nella maggior parte dei casi di proprietà austriaca o tedesca.

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Le prime industrie birrarie

Se la Spluga di Chiavenna fu probabilmente la prima birreria italiana, grazie al mastro birraio austriaco Franz Saverio Wührer si deve la fondazione del primo birrificio, a Brescia. Wuhrer, Dreher, Paskowski, Metzger, Caratch e Von Wuster sono i primi grandi nomi ad affiorare nel mercato italiano, ai quali faranno seguito anche imprenditori italiani, soprattutto fabbricanti di ghiaccio.

L’industria cresce e nel 1890 si contano 140 fabbriche con capacità produttiva annua pari a poco più di 160.000 hl all’anno, più una buona parte di birra importata dal resto dell’Europa.

Crescita e consumo

Nei primi anni del ‘900 le fabbriche di birra diminuiscono ma quelle esistenti crescono e si consolidano, così come i consumi di birra in Italia. In 20 anni il consumo quadruplica, sfiorando i 600.000 hl, ai quali si aggiungono circa 85.000 hl derivati dall’import. La bevanda diventa meno cara, quindi più accessibile, slegandosi dall’immagine di prodotto del tiranno che arriva dall’estero. Durante la prima guerra mondiale la produzione e il consumo diventano irrilevanti, per poi riprendere con la fine del conflitto.

Nel 1920 i birrifici sono solo 58 ma il consumo nazionale di birra italiana è stimato in 1.157.024 hl. Il mercato è dominato dalle grandi imprese industriali: Wuhrer a Brescia, Dreher a Trieste, Moretti a Udine, Wunster a Bergamo, Poretti a Induno Olona, Pedavena a Feltre, Paskowski a Firenze e Birrerie Meridionali a Napoli. Si fanno largo anche altri birrifici più piccoli come Menabrea. Icnusa, Cagnacci, Birra d’Abruzzo, Orso&Sanvico, San Giusto, Ghigne&Pagliani, Bosio&Caratsch, Fratelli Di Giacomo, Brennero, Raffo, Forst, Sempione, Leone, Cervisia, Metzeger.

Nel 1925 i consumi arrivano a sfiorare la soglia dei 1.600.000 hl, per un consumo pro capite di 3 litri all’anno; è un dato confortante anche se molto distante dai 150 litri a persona del vino.

La vendita di birra in Italia inizia a intimorire il settore del vino, che secondo alcune correnti di pensiero reagisce attraverso l’uso della forza politica. La legge Marescalchi concorre nel rallentamento della diffusione della birra in Italia.

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La famigerata legge Marescalchi

La legge Marescalchi entra in vigore nel 1927 con lo scopo di favorire il settore dell’agricoltura. Essa impone ai birrai l’immissione di una percentuale minima di riso (e mais) del 15%. La qualità della birra peggiora: inoltre le attrezzature dei birrai del secolo scorso non sono in grado di trattare il riso e il suo amido. Vengono aumentate le tassazioni con una imposta straordinaria di 40 lire ogni hl.

La licenza di vendita di bassa gradazione limita il commercio al dettaglio della birra, relegandola a bar, trattorie e birrerie. La vendita è permessa a casse intere, e quindi non accessibile a tutti. I rivenditori devono inoltre applicare la fascetta del dazio sul collo di ogni bottiglia, che certamente non agevole la vendita fisica.

Gli effetti delle legge Marescalchi sono veloci ed evidenti: a tre anni dall’emanazione i consumi crollano, e la produzione annua nel 1930 si aggira su 672.325m hl. Questo è l’effetto di una legge che è stata mascherata da aiuto per un settore, l’agricoltura. La realtà fu quella di favorire un prodotto a scapito di un altro. Si potrebbe discutere di sleale concorrenza, conflitti d’interessi e di argomenti di cui è meglio l’approfondimento.

Conclusioni

Il settore birrario italiano, grazie alla spinta dei birrifici artigianali, sta lentamente conquistando i diritti che merita. Il consumo pro capire di birra nel nostro paese si attesta sui 34 litri annui, posizionando l’Italia tra i paesi con i consumi più bassi in Europa. I 141 litri pro capite della Repubblica Ceca sono lontani anni luce, ma il dato italiano registra un trend positivo.

Una nuova legge Marescalchi è probabilmente impossibile da applicare, anche se il settore birrario è già bersaglio di dazi e tasse inesistenti in altri paesi. Non si spiegherebbero i divari tra i costi di produzione di paesi come Belgio e Germania rispetto al nostro paese. In attesa che un birraio diventi ministro delle politiche agricole alimentari e forestali.

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